Abbiamo ammirato Sebastiano Somma e Orso Maria Guerrini, al Teatro Erba, ne Il giorno della civetta, nell’ambito del cartellone Torino Spettacoli di Grande Prosa.
Il testo di Leonardo Sciascia è proposto nell’adattamento di Gaetano Aronica; la regia è firmata da Fabrizio Catalano. E’ una produzione Laros di Gino Caudai.
Riportiamo le note di regia: “Un paese di poche migliaia di abitanti, nell’entroterra siciliano. Un freddo mattino d’inverno. La luce d’un pallido sole riflessa sull’asfalto bagnato. Una piazza. Un autobus –il motore già acceso– che s’appresta a partire. Gli ultimi passeggeri s’affrettano a salire, mentre gli altri aspettano fiduciosi la partenza dell’autobus. Un uomo, vestito di scuro, s’avvicina, di corsa. Posa il piede sinistro sul predellino dell’autobus, sta per rivolgersi all’autista. All’improvviso, un bagliore, seguito da un rumore sordo: l’uomo rimane quasi sospeso, per qualche istante, prima di afflosciarsi sull’asfalto. Morto. “Il giorno della civetta” racconta la storia dell’inchiesta condotta, a partire da questo omicidio, da un capitano dei carabinieri appena arrivato in Sicilia, dalla lontana Parma, all’inizio degli anni ’60. Il capitano Bellodi è un uomo onesto ed intelligente, pronto ad affrontare qualunque difficoltà, pur di far bene il proprio dovere. Davanti a lui, c’è adesso un cammino lungo, faticoso, irto di ostacoli. In fondo a questo percorso, c’è la verità; ma la verità, spesso, in Sicilia, ha troppe facce. La Sicilia di questo spettacolo è poco convenzionale. L’azione si svolge principalmente in una piccola caserma dei carabinieri, in una cittadina dell’entroterra. Umido, freddo, freddissimo, durante l’inverno. Negli anni ’60, la sera, le famiglie si riuniscono attorno al braciere, in cerca d’un po’ di calore, prima d’andare a letto, dove, avvolti in lenzuola e coperte bagnaticce, uomini, donne, bambini, si addormenteranno ascoltando l’ululato dei cani randagi, per essere infine svegliati dallo stridio delle ruote d’un carretto. Un’isola silenziosa, dura, che a Bellodi sembra incomprensibile, a tratti ostile. È la Sicilia dei grandi spazi, dove gli uomini e le menti si perdono. Paesaggi immoti, rischiarati da una luce senz’aria, incorniciati dentro una finestra priva d’infissi od un muro scrostato. Atmosfere che fanno della Sicilia un luogo metafisico, un avamposto in cui l’Europa, l’Africa e l’Oriente s’incontrano, ma il cui orizzonte è perennemente vuoto. Nella riduzione teatrale de “Il giorno della civetta” che intendiamo mettere in scena, l’azione si svolge in una Sicilia trasfigurata, territorio dell’anima prima ancora che elemento geografico. “Il più grande peccato della Sicilia è stato ed è sempre quello di non credere nelle idee. Ora, siccome questa sfiducia nelle idee, anzi, questa mancanza di idee, si proietta su tutto il mondo, la Sicilia ne è diventata la metafora”. Ne “Il giorno della civetta”, Salvatore Colasberna, unico impresario onesto della provincia, viene minacciato e infine ucciso, perché non ha voluto piegarsi ai voleri della mafia, perché s’è rifiutato d’uniformarsi ai comportamenti dei suoi rivali, perché costruiva le case con il cemento piuttosto che con sabbia e sterco. Chi comanda non può permettere che non si rispettino le regole, anche se queste nascono dal sopruso e dall’ingiustizia. Oggi, guardandoci intorno, leggendo i giornali, viaggiando, possiamo, in tutta sincerità, dire che soltanto in Sicilia i soprusi e le ingiustizie vengono imposti con la violenza? Ed in Italia, in Europa, nel mondo, non vige forse la legge del più forte? Chi tocca gli interessi dei potenti, che quasi mai coincidono con quelli del comune cittadino, muore. Chi ha il potere, ne abusa. In pochi protestano, in pochi si oppongono. Per queste ragioni, in questo spettacolo, dovremo curarci di rifuggire ogni rassicurante stereotipo: è comodo avere dei cattivi con un accento pronunciato, con la voce roca ed un sigaro cubano tra i denti, ma i mafiosi che ne “Il giorno della civetta” violentano la giustizia non potrebbero essere faccendieri, rappresentanti del clero, industriali, ministri e perfino presidenti dei giorni nostri? Superfluo precisare che Bellodi, alla fine, perderà la sua battaglia. Dopo essere arrivato ad arrestare tutti i veri colpevoli, su, fino al vertice della piramide mafiosa, fino a don Mariano, anello di congiunzione con il principale partito di governo, il capitano sarà premiato con una licenza ed una promozione, e trasferito; e così anche il maresciallo, d’origine siciliana, che lo aveva coraggiosamente seguito nell’inchiesta; mentre i mafiosi verranno scagionati dalla testimonianza di persone insospettabili, mentre la responsabilità morale del delitto cadrà su Rosa, moglie dell’uomo che aveva riconosciuto l’assassino e poi misteriosamente scomparso, colpevole soltanto d’essere bella, ma ingiustamente accusata d’avere una relazione con Colasberna. Anche Rosa andrà via, come Bellodi, come il maresciallo. Chi sta dalla parte della giustizia, deve ritirarsi. Ancora una volta. Ma non sarà sempre così”.
Di seguito, le parole di Gaetano Aronica riguardo al progetto e alla drammaturgia dello spettacolo:
Il progetto di uno spettacolo tratto da “Il giorno della civetta” nasce da un grande amore per l’opera di Leonardo Sciascia, autore tra i più affascinanti e “scomodi” del Novecento. Dico scomodi perché ritengo ci sia una volontà di non voler comprendere, quando non addirittura di rimuovere alcune illuminanti personalità della nostra cultura recente, che con le loro intuizioni, con la carica erosiva delle loro idee, metterebbero in crisi oggi come ieri, più di ieri, meccanismi consolidati, gerarchie intoccabili, privilegi acquisiti e vissuti nella comune coscienza come diritti; insomma quel delicato equilibrio fra i poteri che si preferisce preservare nei recinti di un conformismo rassicurante, anche là dove voci apparentemente difformi servono invece per rafforzarli. Ci sono autori che invece fanno paura: sto pensando a Sciascia e a Pasolini, a quelle voci cioè che non è possibile “usare”, perché nelle loro pagine spesso non prive di ironia, talvolta feroce, emerge un atteggiamento irriverente, un continuo sospetto, a volte, non poche, una lucida, preoccupante veggenza. Perché Sciascia e Pasolini? Due scrittori così diversi, due mondi separati, la Sicilia, “letteraria e civile” di Sciascia, le borgate violente, colorate al “petrolio” di Pasolini. Forse perché due “eretici”, come l’Abate Vella e l’Avvocato Di Blasi, protagonisti d’un altro romanzo di Sciascia, “Il consiglio d’Egitto”, alla fine devono pur incontrarsi; e se si guardano negli occhi, non possono non riconoscersi, non riconoscere l’uno nell’altro, alla base delle loro passioni, delle loro solitudini, una comune diffidenza. In un’intervista pubblicata da Einaudi qualche anno fa, Sciascia stesso dà una risposta tanto esaustiva quanto criptica: “Ero d’accordo con Pasolini… anche quando aveva torto”. Ma torniamo al “Giorno della civetta”, alle pagine che ho letto e riletto per scoprirvi le cose che Leonardo Sciascia scriveva. Ciò che mi colpisce, aldilà della narrazione sempre avvincente, del complesso gioco di rapporti, nel contesto di una Sicilia dove il “non detto” diventa più importante di ciò che si dice, è una grande, superiore, talvolta impenetrabile intelligenza. Ho come l’impressione che Sciascia, attraverso un gusto per la scrittura di voltairiana memoria, si diverta a scoprire e poi nascondere senza essere mai volutamente esplicito, in un gioco di ombre e di luci che sembrano suggerire al lettore uno sforzo di intelligenza, continuamente suscitando dubbi, invitando a scavare nella memoria (passata e futura), collegare, rivedere, inserire in un quadro di rapporti che va al di là della forma e investe cose, persone, fatti, che sembrano scritti “domani”. Per questo ritengo che “Il giorno della civetta” debba essere messo in scena. Credo che ci sia bisogno di parlare di giustizia, ci sia bisogno di un’ostinata ricerca della verità, anche là dove questa verità inevitabilmente sfugge, ci sia bisogno di un capitano Bellodi, del suo volersi “rompere la testa” contro un muro che a quaranta anni di distanza è ancora solido e ben protetto. In una parola, citando il Maestro, ci sia bisogno di “idee”. Del resto, considero “Il giorno della civetta” un romanzo di inquietante attualità. Gli interrogativi che Sciascia poneva nel 1961 rimangono ancora aperti, le zone d’ombra non ancora chiarite. Ci sono, sotto ogni parola, dietro ogni frase, strati e strati che forse, non sempre sono riuscito a capire. “Cose e non parole” diceva Sciascia; ma quali cose, quali parole? Ho dovuto muovermi con cautela. I rapporti fra i personaggi, sotto un’apparente leggerezza, sono intricati e complessi e spesso si ha l’impressione che non si venga a capo di niente. Sciascia stesso negava la possibilità di un “giallo” siciliano. Il “giallo” presuppone che ci sia una verità da scoprire; in Sicilia la verità non esiste o viene sbeffeggiata, quando addirittura non coincide con la pazzia. E siamo a Pirandello, alle tante “verità”, ognuna valida quanto un’altra. Sciascia e Pirandello; il Pirandello riletto da Giovanni Macchia nella “Stanza della tortura”, dove il personaggio entra in scena e si mette volontariamente sotto accusa. Attraverso le parole, che non riesce a trattenere, si nega e si rivela, ora confessando, ora occultando, come se non avesse scelta: la stanza della tortura è l’unico posto dove può vivere. Il capitano e il maresciallo non escono mai dalla “stanza”, anche loro sequestrati. Arrivano gli altri personaggi: da soli, insieme, uno dopo l’altro litigano, si smentiscono, tutti hanno l’urgenza di dire, anche quando non dicono. Come personaggi usciti dal “Così è, se vi pare” di Pirandello, accettano di sottoporsi all’interrogatorio, quando addirittura non lo suscitano. L’ambientazione dovrebbe andare aldilà del realismo. A tratti surreale, brevissimi tratti, soprattutto nella parte superiore della scena, la zona “metafisica”, ma il più delle volte iperrealista, dentro la “stanza della tortura”, con oggetti e colori fuori dal tempo, ma essenziali, simbolici. Per dare quest’impressione, la scena tridimensionale, vera e la recitazione immediata dovrebbero essere inserite in un clima da pietra lavica, scuro, con poche forti macchie di colore. Perché così immagino la Sicilia.
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